The demographic divide in the European Union
Online il contributo di David Pinkus e Nina Ruer per il think – tank belga Bruguel.
Il contributo traccia il quadro attuale e prospettico per fronteggiare il cambiamento demografico europeo.
Secondo le attuali proiezioni demografiche, l’Unione Europea si avvierà, a partire dal 2026, verso una fase di progressivo declino della popolazione, con effetti rilevanti sullo sviluppo economico e sui mercati del lavoro. L’impatto di tale dinamica, tuttavia, si presenterà in modo eterogeneo nei diversi Stati membri, in ragione della varietà delle tendenze demografiche nazionali. Tra il 2023 e il 2050, i Paesi dell’Europa orientale e meridionale sperimenteranno le flessioni più marcate, attribuibili sia al saldo naturale negativo sia alla scarsa attrattività migratoria. Al contrario, i Paesi dell’Europa settentrionale e occidentale potrebbero registrare una crescita della popolazione, sostenuta da flussi migratori più consistenti.
Entro il 2050, la popolazione in età lavorativa è destinata a diminuire in 22 dei 27 Stati membri, mentre la quota di cittadini con età pari o superiore a 85 anni è prevista più che raddoppiare su scala europea. Tale transizione demografica comporterà una pressione crescente sui sistemi sanitari, previdenziali e di assistenza a lungo termine. Le economie dell’Europa orientale e meridionale, in particolare, saranno esposte a un invecchiamento più accelerato e a una riduzione significativa della forza lavoro, con potenziali effetti negativi sulla competitività e sul divario economico intraeuropeo. Sebbene anche i Paesi dell’Europa occidentale e settentrionale siano interessati da un progressivo invecchiamento, un declino demografico più contenuto e un maggiore afflusso migratorio offriranno maggiori margini di adattamento. Tuttavia, in assenza di politiche mirate, si prevede un ampliamento delle disparità regionali interne, in quanto i flussi migratori tenderanno a concentrarsi nei centri urbani, acuendo le dinamiche di spopolamento delle aree rurali.
Alla luce di queste tendenze divergenti, appare necessario un adeguamento differenziato delle politiche pubbliche. I Paesi dell’Europa orientale dovranno concentrarsi sulla fidelizzazione dei talenti, sull’attrazione di lavoratori migranti nei settori caratterizzati da carenze di manodopera e sull’incremento del tasso di partecipazione al lavoro da parte delle donne e delle fasce di età più avanzate. I Paesi dell’Europa meridionale saranno invece chiamati a rafforzare le politiche di conciliazione vita-lavoro, sostenere l’occupazione giovanile e migliorare tanto le infrastrutture regionali quanto i percorsi di integrazione dei migranti. I Paesi dell’Europa occidentale e settentrionale dovranno prioritariamente investire in politiche di inclusione, sviluppo delle aree interne e riforme graduali del mercato del lavoro, in funzione dell’invecchiamento della popolazione.
In tale contesto, l’elaborazione di un piano d’azione coordinato a livello europeo rappresenterebbe uno strumento fondamentale per accompagnare gli Stati membri nella gestione delle trasformazioni in atto. In particolare, l’integrazione dei migranti nei mercati del lavoro e nelle società di accoglienza si configura come una priorità strategica. Tuttavia, il ricorso strutturale a flussi migratori elevati non può costituire una soluzione sostenibile nel lungo periodo, né può sostituire la necessità di promuovere, in via prioritaria, la piena partecipazione della popolazione residente all’attività economica.